Per quanto bene eseguiamo un āsana, per quanto flessibile possa essere il nostro corpo, se non raggiungiamo l’integrazione di corpo, respiro e mente non possiamo affermare che ciò che stiamo facendo sia yoga.
T.K.V. Desikachar
La pratica collettiva ha le sue radici nel novecento. La prima attestazione documentata risale al 25 dicembre 1918 quando sulla spiaggia di Versova — sobborgo residenziale di Bombay — Shri Yogendra (1897–1989), tenne il primo corso regolare di yoga a un gruppo di persone presso la villa di Homi Dadina, un ingegnere Parsi affetto da una costellazione di patologie che i medici europei e indiani non erano riusciti a curare. Yogendra semplificò deliberatamente le tecniche, le depurò da “misticismo e inerzia”1, e le riconsegnò come strumento di igiene fisica e mentale utile a chi conduce una vita ordinaria.
Questo modello fu poi adottato da altri importanti maestri — Swami Kuvalayananda (1883–1966), che lo legò alla ricerca scientifica, e Swami Sivananda (1887–1963) — e divenne ben presto la modalità di trasmissione più diffusa.
Śrī T. Kṛṣṇamācārya insegnò a Mysore dal 1931 al 1950 sotto il patronato del Maharajah Krishnaraja Wadiyar IV: il maharajah gli chiese di insegnare alla platea di giovani agili dei ranghi della corte uno yoga dinamico e fisico; tuttavia egli non rinunciò mai al principio individuale: insegnava diversamente a studenti diversi, adattando la postura e il respiro in base alla persona. Indra Devi, che studiò con lui a Mysore, ricevette un insegnamento individuale, pensato per una praticante donna, adulta e straniera.
Negli anni ’50 Śrī T. Kṛṣṇamācārya si trasferì a Chennai, dove si dedicò esclusivamente all’insegnamento individuale, rivolgendosi a una platea variegata per età, condizione di salute e provenienza: maturò così in forma sempre più esplicita il principio secondo cui la pratica deve adattarsi all’allievo, non l’allievo alla pratica.
Il metodo di insegnamento fu trasmesso in Europa dai suoi figli: T.K. Sribhashyam (1940–2017) che si stabilì in Francia e fondò la scuola Yogakshemam e T.K.V. Desikachar (1938–2016). T.K.V. Desikachar studiò con Śrī T. Kṛṣṇamācārya dal 1960 fino alla sua morte nel 1989. Nel 1976 fondò a Chennai il Krishnamacharya Yoga Mandiram (KYM), centro di insegnamento e ricerca tuttora attivo. Fu grazie alla relazione con Jiddu Krishnamurti2 che iniziò a frequentare l’Europa a partire dal 1965, portando questo approccio in Occidente attraverso seminari e pubblicazioni.
Quali sono i vantaggi della pratica collettiva?
La pratica collettiva introduce gli aspetti teorici della pedagogia del Viniyoga in modo progressivo, esplora le tecniche di yogāsana e di prāṇāyāma e guida l’allievo verso l’indipendenza nella propria pratica individuale. È organizzata in piccoli gruppi, per potersi adattare alle specifiche caratteristiche dei praticanti. La lezione ha la durata di un’ora e viene riservato del tempo dopo la pratica per condividere la propria esperienza e porre eventuali domande. La frequenza è settimanale e si svolge da settembre a giugno. Il gruppo ha il pregio di offrire sostegno durante la pratica ed occasioni di confronto e discussione collettivi.
L’insegnamento di gruppo è preferibile per chi vuole esplorare la pedagogia del Viniyoga ed è aperto a sperimentare diverse pratiche e tecniche, e può integrarsi a ogni percorso individuale.
- Elliott Goldberg, The Path of Modern Yoga: The History of an Embodied Spiritual Practice, Inner Traditions, 2016, pp. 512 ↩︎
- Nel dicembre 1965 Jiddu Krishnamurti (1895–1986) — filosofo, proclamato dalla Società Teosofica “Maestro del Mondo”, poi ribelle a qualsiasi autorità spirituale — chiese a Krishnamacharya di mandargli uno dei figli come insegnante di yoga. Krishnamacharya aveva portato con sé due figli all’incontro: dopo la dimostrazione delle posture Krishnamacharya scelse Desikachar. Desikachar seguì Jiddu ogni estate a Saanen, in Svizzera, e in Inghilterra, dove Jiddu teneva i suoi raduni. Singolare coincidenza: un altro Krishnamurti — UG Krishnamurti (1918–2007) — studiò con Krishnamacharya per tre anni e mezzo, cercando aiuto per gestire le conseguenze fisiche della propria “calamità”, un’esplosione energetica avvenuta intorno ai cinquant’anni. Krishnamacharya disse di lui che era “il più grande yogi vivente che avessi mai incontrato”. I due Krishnamurti, figure tra le più radicali e iconoclaste del Novecento, gravitarono entrambi attorno allo stesso maestro e alla stessa tradizione. ↩︎
